Tra le ripide pendici dei Colli Prenestini, dove oggi sorge Palestrina, la storia antica non è custode soltanto di santuari monumentali, ma dell’idea stessa con cui i Romani misuravano il tempo e organizzavano il proprio mondo. Molto prima che il calendario diventasse un oggetto cartaceo o digitale, la scansione dei giorni, delle feste religiose e delle ricorrenze civili era affidata al marmo e alla pietra. Tra le testimonianze più straordinarie dell’antichità classica spiccano i Fasti Prenestini, un’opera monumentale che unisce erudizione, propaganda e astronomia.
Realizzati tra il 6 e il 10 d.C., i Fasti portano la firma intellettuale di Marco Verrio Flacco, tra i più celebri grammatici del suo tempo e precettore fidato dei nipoti dell’imperatore Augusto (Lucio e Gaio Cesare). Nato probabilmente a Praeneste, Verrio Flacco volle donare alla sua città natale un calendario monumentale composto da dodici grandi lastre di marmo — una per ciascun mese — affisse pubblicamente nel Foro cittadino. Non si trattava di un semplice promemoria per i giorni di mercato o per le udienze giudiziarie: esporre i Fasti nel Foro significava mostrare al popolo la nuova architettura del potere augusteo.
Attraverso le incisioni nel marmo, il calendario registrava passaggi fondamentali per la civiltà romana: vi era annotata la riforma dell’anno bisestile introdotta da Giulio Cesare, insieme alla modifica fortemente voluta da Augusto, che rinominò il mese di Sextilis in Augustus (l’odierno agosto) per celebrare la propria grandezza politico-militare. Se in età arcaica la conoscenza del tempo era un segreto gelosamente custodito dai sacerdoti e rivelato solo su decisione dei pontefici, la monumentalizzazione del calendario ne sanciva la dimensione pubblica e politica.
Delle dodici lastre originarie, la terra dei Colli Prenestini ha restituito solo preziosi frammenti a partire dalla fine del XVIII secolo, relativi ai mesi di gennaio, marzo, aprile e dicembre. Oggi, per ammirare i frammenti marmorei originali occorre recarsi al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo a Roma, ma la memoria dell’opera vive vivida a Palestrina: il Museo Archeologico Nazionale, alloggiato all’interno del rinascimentale Palazzo Barberini in cima all’antico Santuario della Fortuna Primigenia, ne custodisce una fedele ricostruzione. Guardare da vicino le iscrizioni di Verrio Flacco significa immergersi in un’epoca in cui anche lo scorrere dei giorni era scolpito nell’eternità della pietra.









