Palestrina: la città matrioska

Camminare per le vie del centro storico di Palestrina significa compiere un’esperienza urbanistica quasi unica al mondo: ogni passo non calpesta semplicemente la superficie del suolo, ma corre lungo i ripiani sospesi di una delle più grandiose opere di architettura ellenistica del Mediterraneo. L’antica Praeneste non ha conservato il suo passato racchiudendolo all’interno di un’area archeologica recintata o in un museo ai margini dell’abitato. Al contrario, la città medievale e rinascimentale si è letteralmente avviluppata attorno alle strutture dell’antico Santuario della Fortuna Primigenia, trasformandolo nella propria spina dorsale.

Il risultato è un’incantevole città matrioska, dove le abitazioni private, le botteghe e i vicoli corrono dentro, sopra e attraverso le gigantesche arcate in opus caementicium risalenti alla fine del II secolo a.C. Risalendo il pendio del Monte Ginestro, nei Monti Prenestini, il visitatore non incontra rovine isolate, ma un tessuto urbano vivo formato da incastri volumetrici spettacolari. L’immenso complesso della Fortuna Primigenia, che per estensione e dislivello supera la stessa Acropoli di Atene, si articolava originariamente su sei colossali terrazze sovrapposte, collegate tra loro da rampe coperte oblique e scalinate monumentali.

Con la caduta del mondo antico e la progressiva trasformazione dell’impianto sacro, la popolazione locale non demolì il gigante di pietra, ma lo riutilizzò come fondamenta prefabbricate. Le imponenti sostruzioni romane sono diventate i muri di spinta dei vicoli moderni; le sostruzioni ad arate sono state chiuse e convertite in cantine, magazzini, persino garage o vani scala di abitazioni private.

Gli assi viari principali del borgo non fanno altro che ricalcare fedelmente l’andamento delle antiche terrazze orizzontali. Camminando lungo le vie parallele del centro storico, ci si trova a passeggiare esattamente sui piani dove duemila anni fa i pellegrini procedevano verso il punto culminante del culto. Le scalinate pubbliche che oggi collegano un livello del borgo a quello superiore seguono spesso il tracciato originale dei gradoni romani.

La manifestazione più evidente ed emblematica di questa fusione architettonica si trova sulla sommità del complesso. Qui, nel Rinascimento, la famiglia Colonna — e successivamente i Barberini — volle edificare la propria residenza principesca, il Palazzo Colonna Barberini. Il palazzo non è stato costruito al posto della struttura romana, ma sopra di essa: la facciata curva del palazzo ricalca al millimetro la semicirconferenza dell’antica cavea teatrale dell’ultimo livello del santuario, sfruttandone l’esedra come basamento naturale.

Questo incredibile incastro tra epoche è rimasto in parte nascosto per secoli, celato dalle intonacature e dalle stratificazioni edilizie stratificatesi dal Medioevo in poi. La riscoperta clamorosa della vera portata di questa architettura avvenne nel 1944: durante la Seconda Guerra Mondiale, i tragici bombardamenti americani che colpirono Palestrina distrussero gran parte delle case civili costruite lungo il pendio. Quando la polvere dei crolli si posò, si scoprì che sotto l’intonaco e le pareti dei palazzi medievali le imponenti strutture in muratura romana erano rimaste sostanzialmente intatte, pronte a riemergere quasi come un’impalcatura indistruttibile.

Vivere a Palestrina significa sperimentare una quotidianità immersa in una dimensione tridimensionale della storia. Gli abitanti aprono la porta di casa ed entrano direttamente nei portici del II secolo a.C., stendono i panni sopra archi romani che sorreggono i loro balconi ed effettuano i percorsi di tutti i giorni lungo le rampe su cui transitava il mondo antico. Palestrina dimostra così come l’architettura classica possa non rimanere un fossile del passato, ma continuare a fare da scheletro portante per la vita del presente.

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