Palestrina e Castel San Pietro tra storia e gusto

La parte finale del mese di agosto costituisce il momento ideale per esplorare il patrimonio archeologico e le tradizioni enogastronomiche della fascia dei Monti Prenestini. Con il progressivo calo delle temperature e una riduzione del flusso turistico legato alle vacanze di metà mese, il percorso che collega i comuni di Palestrina e Castel San Pietro Romano consente di realizzare un itinerario incentrato sulla grande architettura dell’antichità classica e sulla struttura dei borghi di epoca medievale. Palestrina, l’antica Praeneste, ospita un complesso monumentale di primaria importanza per l’archeologia del Mediterraneo: il Santuario della Fortuna Primigenia. Risalente alla fine del II secolo a.C., la struttura rappresenta un capolavoro di architettura ellenistica, edificato sfruttando la naturale inclinazione del Monte Ginestro attraverso la costruzione di un sistema di terrazze artificiali sovrapposte. Il complesso monumentale si articola su rampe porticate, esedre e una vasta cavea superiore, sulla cui sommità fu integrato nel XVII secolo il Palazzo Colonna Barberini. Oggi l’edificio è sede del Museo Archeologico Nazionale di Palestrina. Tra le opere conservate all’interno delle sale museali spicca il celebre Mosaico del Nilo, una pavimentazione a mosaico di epoca ellenistica che raffigura con estrema precisione e ricchezza di dettagli il corso del fiume Nilo durante l’inondazione, compresi scorci di flora, fauna e scene di vita quotidiana dell’Egitto tolemaico. Risalendo i tornanti del Monte Ginestro per circa tre chilometri si raggiunge Castel San Pietro Romano, posizionato a circa 752 metri di altitudine. Il borgo sorge esattamente sull’area che costituiva l’antica acropoli difensiva di Praeneste. Il centro abitato conserva la Rocca Colonna, una struttura fortificata di epoca medievale eretta per scopi di avvistamento e difesa, e si articola in una fitta rete di vicoli e piazze in pietra. Oltre al suo rilevante valore storico-architettonico, Castel San Pietro Romano è famoso per essere stato scelto come ambientazione cinematografica negli anni Cinquanta: nel 1953 il regista Luigi Comencini vi girò il celebre film Pane, amore e fantasia, trasformando il paese nel borgo immaginario di Sagliena. Sotto il profilo gastronomico, la visita tra Palestrina e Castel San Pietro Romano permette di approfondire la conoscenza delle tipicità culinarie locali. Tra i prodotti da forno più rappresentativi vi è il “Giglietto di Palestrina”, un biscotto secco preparato essenzialmente con farina, uova e zucchero, modellato manualmente a forma di giglio. La ricetta venne importata a Palestrina verso la fine del XVII secolo dai cuochi di corte della famiglia Barberini di rientro dalla Francia, ed è attualmente tutelata come presidio Slow Food. Durante la fine di agosto, le cantine e i locali dei due centri storici offrono la possibilità di abbinare questo dolciume ai vini a Indicazione Geografica Tipica prodotti nei vigneti coltivati sui terreni vulcanici e tufacei dei Colli Prenestini, accompagnati dai salumi e dai formaggi tipici della produzione agricola locale.
Cinema sotto le stelle a Castel San Pietro Romano

Nel cuore dei Monti Prenestini, il borgo di Castel San Pietro Romano si trasforma in estate in un palcoscenico a cielo aperto grazie al suo Festival del Cinema. La manifestazione celebra un legame storico e profondo con la Settima Arte, che ha reso celebre questo luogo in tutto il mondo come la location del capolavoro del neorealismo rosa Pane, amore e fantasia. Un legame indissolubile con il grande schermo Negli anni Cinquanta, Castel San Pietro Romano venne scelto dal regista Luigi Comencini per ambientare le vicende del maresciallo Carotenuto, interpretato da Vittorio De Sica, e della “Bersagliera”, il celebre personaggio impersonato da Gina Lollobrigida. La pellicola del 1953 impresse nell’immaginario collettivo il profilo del paese, che nell’estate di quell’anno accolse maestranze, attori e macchine da presa, guadagnandosi a pieno titolo l’appellativo di “paese del cinema”. Negli anni successivi, altre produzioni storiche scelsero queste strade e piazze come set naturale, tra cui I due marescialli diretto da Sergio Corbucci, con Totò e Vittorio De Sica, e Il federale di Luciano Salce con Ugo Tognazzi. Questa tradizione cinematografica trova continuità nell’evento estivo, pensato dall’Amministrazione Comunale per valorizzare la memoria storica del territorio e promuovere la cultura dell’immagine attraverso proiezioni all’aperto, spettacoli ed eventi culturali. Il programma e la cornice del Teatro Belvedere di Ponente Il festival ha il suo fulcro nella cornice del Teatro Belvedere di Ponente, una terrazza naturale con vista panoramica sulle valli circostanti. Qui il pubblico può assistere a una serie di appuntamenti serali che uniscono proiezioni d’autore, incontri con ospiti del settore e serate a tema. La rassegna propone da sempre un’offerta articolata che spazia tra vari linguaggi artistici: Tra i momenti significativi legati all’evento rientra anche la consegna di riconoscimenti come il Premio “Amore e Fantasia”, ideato per omaggiare le personalità del mondo dello spettacolo che si sono distinte nel panorama culturale contemporaneo. La valorizzazione del patrimonio locale L’evento si inserisce in una più ampia strategia di valorizzazione e promozione turistica del borgo, riconosciuto tra i “Borghi più Belli d’Italia”. Oltre agli appuntamenti cinematografici serali, le iniziative estive permettono ai visitatori di riscoprire i luoghi che hanno fatto da sfondo alle riprese d’epoca attraverso le strutture del Museo Diffuso (MuDi). Il Festival del Cinema rappresenta così una consolidata consuetudine per la stagione estiva prenestina: un punto d’incontro per residenti, turisti e appassionati di cinematografia che si ritrovano al fresco della quota collinare per rivivere la magia del grande schermo.
Addio a Enrica Bonaccorti: Ritratto di una Protagonista della Cultura Italiana

Il mondo dello spettacolo e della cultura italiana piange la scomparsa di Enrica Bonaccorti, spentasi a Roma ieri, 12 marzo 2026, all’età di 76 anni. Con lei scompare una figura di rara poliedricità, capace di attraversare cinquant’anni di storia nazionale restando sempre fedele a uno stile colto, ironico e profondamente empatico. La sua carriera non è stata solo una successione di successi televisivi, ma un percorso intellettuale che ha toccato la musica, il teatro e la letteratura. Le Radici nel Teatro e la Sensibilità Poetica Nata a Savona il 18 novembre 1949, Enrica Bonaccorti ha vissuto una giovinezza itinerante a causa della carriera del padre, ufficiale di carriera, stabilendosi infine a Roma. È nella capitale che inizia la sua formazione artistica nel teatro d’avanguardia degli anni Sessanta, collaborando con icone come Paola Borboni. Questa base teatrale le ha conferito una padronanza del mezzo espressivo e una dizione impeccabile che sarebbero diventate il suo marchio di fabbrica. Tuttavia, il suo primo grande contributo alla cultura di massa avviene “dietro le quinte” come autrice di testi musicali. L’incontro con Domenico Modugno genera un sodalizio artistico storico: la Bonaccorti scrive le parole di brani immortali come “La lontananza” (1970) e “Amara terra mia” (1971). In queste canzoni, la sua scrittura si rivela capace di coniugare la semplicità popolare con una profondità poetica che ancora oggi risuona nelle antologie della musica leggera italiana. L’Epoca d’Oro della Televisione Il grande pubblico la identifica indissolubilmente con il volto rassicurante e intelligente della televisione degli anni Ottanta e Novanta. Nel 1985, riceve il testimone da Raffaella Carrà per la conduzione di “Pronto, chi gioca?” su Rai 1. Sotto la direzione di Gianni Boncompagni, Enrica Bonaccorti trasforma il salotto pomeridiano in un luogo di dialogo diretto con gli spettatori, vincendo tre Telegatti e diventando una delle conduttrici più amate d’Italia. Il passaggio a Fininvest (oggi Mediaset) all’inizio degli anni Novanta segna un’altra tappa fondamentale. Conduce con successo “Cari genitori” e inaugura la prima stagione di “Non è la Rai” (1991). In un contesto dominato dall’esuberanza giovanile, la sua conduzione misurata e professionale ha garantito l’equilibrio necessario al lancio di quello che sarebbe diventato un fenomeno di costume generazionale. Il Ritorno alla Parola: Radio e Letteratura Nonostante il successo televisivo, la Bonaccorti non ha mai smesso di coltivare la passione per la parola parlata e scritta. La sua voce è stata per anni protagonista su Rai Radio 2, dove in programmi come “Chiamate Roma 3131” ha dimostrato una straordinaria capacità di ascolto e di analisi dei problemi sociali, trattando con rispetto e competenza le storie della gente comune. Nell’ultima fase della sua vita, si è dedicata con vigore alla carriera di scrittrice. I suoi romanzi, tra cui spiccano “La pecora rossa” (2007), “L’uomo d’amore” (2010) e il più recente “Condominio addio!” (2022), testimoniano una maturità narrativa che affronta le complessità delle relazioni umane e i paradossi della società moderna con uno sguardo lucido e mai banale. Un’Eredità di Stile e Integrità Enrica Bonaccorti è stata colpita da una grave malattia nell’ultimo periodo della sua vita, un percorso che ha affrontato con la consueta dignità e trasparenza, mantenendo un legame costante con il suo pubblico attraverso interventi pubblici e social. La sua scomparsa lascia un vuoto incolmabile in un panorama mediatico che lei stessa ha contribuito a costruire e a nobilitare. Non è stata solo una conduttrice, ma una comunicatrice a tutto tondo: attrice, paroliere, giornalista e romanziera. La sua eredità risiede nella lezione di garbo e preparazione che ha lasciato a chiunque voglia intraprendere la carriera nello spettacolo, dimostrando che la popolarità può e deve andare di pari passo con la cultura e il rigore professionale.
L’Ultimo Sguardo del Consigliere: Addio a Robert Duvall (1931–2026)

Il cinema, nella sua essenza più nobile, è l’arte di nascondere l’artificio per rivelare l’anima. Pochi attori nella storia hanno padroneggiato questa magia con la naturalezza di Robert Duvall. Con la sua scomparsa, avvenuta serenamente nella sua amata tenuta in Virginia, il mondo perde un artista che non ha mai avuto bisogno di effetti speciali o di istrionismi per dominare lo schermo. Gli bastava esserci. Il Silenzio come Esordio La parabola di Duvall iniziò paradossalmente nel silenzio. Nel 1962, interpretando il recluso Boo Radley ne Il buio oltre la siepe, non pronunciò una sola parola. Eppure, in quei pochi minuti finali, la sua figura pallida e tremante accanto alla porta divenne il simbolo di una fragilità umana universale. Fu la prima dimostrazione del suo metodo: l’osservazione quasi antropologica del personaggio, la capacità di scomparire dentro un ruolo per lasciar emergere solo la verità. Gli Anni d’Oro e il Volto del Potere Negli anni ’70, Duvall divenne il pilastro su cui si resse la “New Hollywood”. La sua collaborazione con Francis Ford Coppola ha regalato alla storia del cinema due archetipi opposti del potere e della forza: La Ricerca dell’Autenticità: Tra Fede e Redenzione Nonostante i grandi successi commerciali, il cuore di Duvall batteva per i personaggi ai margini, quelli che cercavano un riscatto difficile. Nel 1983 arrivò l’Oscar per Tender Mercies – Un tenero ringraziamento, dove interpretò Mac Sledge, un cantante country dimenticato che trova la pace in una piccola stazione di servizio nel Texas. Non c’erano grandi discorsi, solo la fatica di un uomo che impara a vivere di nuovo. Questa dedizione all’autenticità lo portò anche dietro la macchina da presa. In L’Apostolo (1997), film da lui finanziato personalmente, Duvall esplorò le sfumature della fede evangelica con una profondità che rifuggiva ogni stereotipo. Era un uomo che amava la terra, le tradizioni, la musica popolare e, sopra ogni cosa, il tango argentino, passione che condivideva con la moglie Luciana Pedraza. Un Eredità senza Tempo Robert Duvall non è mai stato un “divo” nel senso moderno del termine. Era un artigiano. Amico fraterno di Dustin Hoffman e Gene Hackman, condivideva con loro l’idea che la recitazione fosse un lavoro di squadra e di ricerca costante. Fino ai suoi ultimi ruoli, come nel drammatico The Judge, ha continuato a sfidare se stesso, dimostrando che il talento non invecchia, ma si affina come un buon vino. La sua famiglia ha chiesto di ricordarlo non con sfarzo, ma con gesti semplici: guardando un classico, raccontando una storia o godendosi la bellezza di un paesaggio rurale. È l’addio perfetto per un uomo che ha passato la vita a cercare la bellezza nelle pieghe più ordinarie della condizione umana. Oggi, il cinema è un po’ più povero, ma le migliaia di fotogrammi che Duvall ci ha lasciato continueranno a insegnarci cosa significa essere umani, con tutte le nostre contraddizioni e la nostra silenziosa, incrollabile dignità.